Lettere dall’Amazzonia- Gennaio 2020

Gennaio 2020

Come parlare di Dio? Una esperienza nella Amazzonia brasiliana (parte I)

Scrivo dalla parrocchia di Santo Antonio, nel cuore della Amazzonia, dove risiedo da un anno. Municipio di circa 23.000 abitanti ( il numero preciso attuale non lo sappiamo, l’ultima indagine anagrafica é del 2010), metà abitano in città, metà nelle piccole comunità lungo il fiume. Mi hanno detto che abbiamo il più basso tasso di cattolici della zona; 8 sono le comunità cattoliche in città.
Il nostro servizio in parrocchia si è svolto tutto – tranne un breve periodo iniziale- nel tempo della pandemia e quindi abbiamo una esperienza fortemente caratterizzata dal Covid19 che ci ha costretti a limitare o interrompere molte attività pastorali.
Un dato che mi ha colpito già nei primi tempi: la forte caratterizzazione ‘devozionale’ della parrocchia, dove la attenzione e la partecipazione sono maggiori nelle pratiche devozionali particolari rispetto alle attività ecclesiali comunitarie tradizionali.
Per capire: abbiamo il gruppo delle ‘Mani insanguinate di Gesù’, il gruppo di Nostra Signora del Perpetuo Soccorso, il gruppo del Rosario degli uomini e quello del Rosario delle donne, e quello del Rosario della Famiglia! Il gruppo del Sacro Cuore di Gesù.
Interessanti le devozioni familiari a un santo, che si tramandano nella medesima famiglia: San Sebastiano, San Giorgio, Santi Cosma e Damiano, sono tra i santi molto presenti. Come funziona? Una famiglia è devota a San Sebastiano e nella propria casa organizza una novena di preghiere, celebrazioni, con festa finale il giorno in cui si fa memoria liturgica del santo. Spesso senza un legame effettivo con la parrocchia: i devoti del santo non frequentano la messa domenicale ma chiedono che il parroco celebri la messa durante la novena del loro santo! Per loro la vita Cristiana si esaurisce nella devozione al santo di famiglia. Come nasce questa devozione familiare? Chi lo sa! A volte una guarigione miracolosa avvenuta un lontano passato, attribuita a quel santo. Non sempre la famiglia conosce il motivo storico del perché hanno quella devozione.
In brasile ci sono reti televisive confessionali, sia cattoliche che protestanti o di altre religioni. Le televisioni influenzano molto lo stile religioso e le devozioni, che si diffondono in tutto il Brasile. Indubbiamente si nota un legame tra i contenuti televisivi e la prassi attuale delle nostre comunità.
Ho cercato di osservare e conoscere per cogliere le tendenze, le peculiarità del nostro contesto. Mi pare siano diffusi linguaggi diversificati, e vi comunico quelli che mi sembrano emergenti, alla luce delle esperienze che sto facendo e che ho fatto in Brasile.

1. Linguaggio devozionale/particolare più che ecclesiale/comunitario nella tradizione della Chiesa. Gesti, scelte, immagini, ritualità del ‘sacro’ che si esprimono a livello familiare più che ecclesiale in senso ampio. Persone che non celebrano i sacramenti della tradizione cattolica, ma che si pensano cattolici. Le pratiche religiose non sono esoteriche, escludenti…. sono aperte a tutti; la famiglia invita gli altri nella loro casa per condividere la loro devozione. Sono famiglie generose, invitano alla festa i vicini, offrono il pranzo o rinfresco durante i giorni di novena.
Si tratta poi di una manifestazione religiosa intermittente: per la maggioranza si accende una volta l’anno per i nove giorni della festa del santo.
Per diverse famiglie la fede si esprime con questo linguaggio; come accompagnare questa realtà? Qualcuno ci invita per celebrare la messa o animare la preghiera – una minoranza, per la verità- cerchiamo di andare, invitando le persone presenti a partecipare anche alla vita della comunità cui appartengono. Capita che le devozioni particolari e la vita liturgica della Chiesa parrocchiale si svolgano in parallelo.
Un esempio: una famiglia della città ha una devozione a Gesù Bambino e raduna i vicini per la novena di Natale; la notte del 24 è il giorno festivo, quindi non partecipano alla messa della notte in chiesa, ma fanno la loro festa, nella loro casa, con le loro preghiere e cantando, mangiando e bevendo!
Sono realtà diffuse, si potrebbero ignorare o combattere, togliendo però ciò che di fede autentica è presente. Per ora la strada migliore penso sia aprire i fedeli alla comprensione di una dimensione ulteriore; è una cosa buona quello che fanno, ma si può crescere e approfondire, partecipando alla vita della comunità oltre che della famiglia.

2. Linguaggio conservatore, tradizionalista
Un gruppo ristretto da noi ma è una tendenza forte pensando al Brasile in generale. La fede vissuta soprattutto nelle celebrazioni, con una obbedienza alle rubriche intese come l’unica fonte liturgica, con poco interesse per la storia o la teologia liturgica. Essere conservatori non è un male, ma in certi casi l’immagine che si percepisce è di formalismo e dissociazione tra fede e vita: la esigenza di rispettare le norme liturgiche spesso è unita alla critica aspra, aggressiva, dai toni di condanna, verso chi ha una impostazione differente; difesa dei dogmi della Chiesa ( ma non conoscenza del loro significato e storia) insieme all’intolleranza nei confronti dei ‘diversi’.
In parrocchia abbiamo il gruppetto dei super-ortodossi che hanno subito preso le distanze dai noi, criticando; di fatto, poche persone da noi ma moltissime nel Brasile. Chiedono la comunione eucaristica in ginocchio, non accettano di ricevere il pane consacrato in mano (anche se richiesto dalle norme relative al Covid19), qualcuno dice che è proibito battere le mani mentre si canta a messa; non accettano i ministri straordinari per la comunione e così via.
Capita che ci siano ‘fedeli’ che non accettano di collaborare con il prete concreto che è in parrocchia! L’obbedienza è ad alcuni preti della televisione, che sparano veleno contro la CNBB (vescovi brasiliani, secondo loro colpevoli di schierarsi politicamente troppo a sinistra) e si ergono come difensori della vera fede ortodossa.
Insomma, nel cuore della Amazzonia incontriamo alcuni che vogliono essere cattolico-romani, con le forme che vedono nei pontificali in TV, ma ancora più rigidi e ingessati (per non sbagliare). E noi italiani siamo accusati di non saperci inculturare se facciamo qualche osservazione su prassi desuete, o introduciamo qualche minimo cambiamento; col tempo certe asprezze vanno diminuendo. Si tratta solo di un piccolo gruppo qui da noi, ma, come ho scritto, piuttosto ampio nel Brasile attuale.
Sono diffusi anche blog e video sulla Rete, con una peculiare contraddizione: si dicono papisti e amano la gerarchia, ma critici contro papa Francesco. Amano l’idea di papa come supremo garante della verità cattolica, ma sono contro il papa attuale che non dice quello che dovrebbe dire e non difende la autentica fede cattolica ma semina ambiguità. Si alla figura del papa, ma no al signor Bergoglio, alle sue scelte e affermazioni che sarebbero semplicemente opinioni personali; il papa viene dissociato!
Rispetto ai tradizionalisti del passato, che si ponevano nella obbedienza alla cosiddetta ‘gerarchia ecclesiastica’ in quanto tale, i tradizionalisti attuali sono molto più soggettivisti, cioè vorrebbero imporre la loro visione pensata come ortodossa, e non accettano chi nella Chiesa ha il servizio di garantire questa ortodossia se non è in linea con la loro visione. Hanno un’idea di tradizione bloccata sul passato e non di tradizione viva; ad esempio, se le norme liturgiche indicano che ci si deve inginocchiare durante la preghiera eucaristica, non si chiedono come è entrata questa prassi nella chiesa, che teologia riflette, quali sono i significati della posizione del corpo, e se questo è il più adeguato ecc. semplicemente bisogna applicare le norme scritte senza discutere.
Valutazione: è da apprezzare la ricerca di una unità dei fedeli, la ricerca di una dottrina sicura e di una prassi liturgica condivisa da tutti. Ma è forte il rischio di un allontanamento dal vangelo per difendere una forma rigida. Se la tradizione non è viva e si riduce ad una osservanza di norme, e se unità significa uniformità e non comunione rispettando le alterità, e se non si dialoga ma si giudica e condanna, mi sembra di entrare in un clima soffocante e di non respirare più l’aria pura del vangelo.
(in seguito proporrò altri linguaggi della fede importanti qui in Brasile).

Gabriele Burani – missionario diocesano in Amazzonia

Capodanno , 1° gennaio 2021

 

E’ ANCORA NATALE…

Come vi dicevo, ho passato la notte di Natale, il 24 dicembre, a Ipiranga, avamposto militare sul confine con la Colombia, quando il Putumaio, fiume che divide il Perù dalla Colombia, cambia nome entrando in Brasile e si chiama “ rio Içá “. É un affluente del rio delle Amazzoni e percorre tutta la nostra parrocchia da est a ovest. Ipiranga un tempo era un paese abbastanza importante, proprio perché luogo di confine, oggi  ha l’apparenza di una città fantasma. Fuori dal Quartel militare sono solo case in legno, piuttosto vecchie e logorate dal tempo e dalle abbondanti piogge. I civili sono pochi, credo non superino un centinaio di persone, includendo vecchi e bambini. I militari oggi sono 54 e arriveranno ad essere 70 quando il contingente sarà al completo. Tutti molto giovani, dai 18 ai 24 anni, molti già con moglie e figli. Essendo un luogo speciale, di frontiera e in mezzo alla foresta, rimangono per almeno due anni e hanno diritto a portarsi la famiglia. Quindi molte case disabitate e decadenti sono affittate ai militari e ai loro familiari. La chiesetta di Santo Espedito, patrono delle forze armate, oggi non esiste più, dicono fosse una chiesa grande e bella, con due torri e anche le campane, poi l’infiltrazione di acqua nel tetto e l’abbandono hanno provocato il crollo. È rimasto solo il pavimento in ceramica che oggi serve da garage per i macchinari militari. Nel corso degli ultimi anni è apparsa una chiesa evangelica dell’Assemblea di Dio alla quale oggi partecipano la maggioranza degli abitanti, una volta tutti cattolici. Anche diversi militari, provenienti dal sud del Brasile, sono evangelici. Il Comandante dei militari ha parlato con il pastore che abita a Ipiranga (i pastori evangelici sono preparati con sei mesi di corso accelerato e hanno famiglia, molto diverso da un prete cattolico che, oltre alla questione del celibato, deve sobbarcarsi otto anni di seminario e di studi filosofici e teologici… quasi anacronistico per un indigeno), fiducioso del mio parere favorevole, per fare un culto ecumenico, tutti insieme per il Natale, ma la risposta è stata chiaramente negativa. Anzi neppure i militari evangelici hanno partecipato alla confraternizzazione offerta dopo la conclusione della Messa e del Culto.
É davvero difficile costruire ponti quando si sono alzati muri di contrapposizione! Eppure, il vangelo è chiaro: non ci sono più stranieri e ospiti, uomini e donne, schiavi o liberi, italiani o africani, bianchi o neri, cattolici o evangelici… ma tutti siamo uno in Cristo Gesù! Questa parola ci libera e ci rende capaci di fraternità… quando sapremo spogliarci della nostra arroganza e accogliere il natale di quel bambino nato per noi, nato per tutti?

Normalmente celebriamo la messa una volta al mese nella “toca da onça” (tana della pantera), ma questo natale è stato diverso. Avevo chiesto un pezzo di terra per costruire una capanna in legno che servisse come luogo d’incontro per la comunità. I militari ci hanno offerto un vecchio deposito inutilizzato, sepolto in mezzo alle case e quasi diroccato, ma con le pareti ancora solide. Abbiamo accettato e si è formata una piccola equipe per ristrutturare. Ho inviato le lamiere per il tetto e loro si sono impegnati ad andare in foresta per incontrare le travi in legno… arrivo il 24 e vado diretto nella “toca da onça” per preparare per la messa di Natale, c’è la musica molto alta e tutto è pronto per la confraternizzazione …

padre, celebriamo la messa nella nostra chiesetta, siamo riusciti a coprire e abbiamo preparato là, abbiamo anche messo una lampada provvisoria … “.

 Quando arrivo mi si allarga il cuore. Una fogna ancora aperta passa proprio davanti alla porta, o meglio, al buco nella parete per entrare; non c’è niente, solo pareti sporche coperte con alcuni drappi improvvisati con vecchie coperte, un tavolino e alcune seggiole. Sorrido, preparo un piccolo altare con le immagini di Nossa Senhora Aparecida e Santo Expedito, patroni di Ipiranga, accendo una candela su una pietra improvvisata e iniziamo la celebrazione. Mi sembrava di essere a Betlemme, o in tante stalle del nostro appennino. Mi sentivo invitato da Francesco di Assisi a partecipare del suo primo presepio. Così, tra due giovani militari che suonavano la chitarra, una mamma che allattava il suo bambino, alcune anziane signore che finalmente potevano ‘assistere’ alla Messa in chiesa e non nella discoteca – toca da onça, alcuni giovani che aiutavano a cantare, con tre panettoni che avevo portato per i bambini, ma che sono serviti perché tutti potessero averne un pezzetto, ancora un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio, il suo nome è Salvatore potente, principe della pace.
Alcuni avevano criticato la scelta di accettare questa soluzione per la nostra chiesetta, in verità molto piccola e che la notte di Natale vedeva addirittura persone in piedi contro le pareti ancora sporche; anch’io, non lo nego, ero titubante perché è davvero nascosta in mezzo alle case, bisogna ‘sbatterci contro per vederla, mentre le chiese anche degli evangelici sono sempre in luoghi alti o al centro delle piazze, come nella città di Santo Antonio. Ma quella notte, una luce ci ha avvolti e tutto è diventato chiaro. Dio abita in mezzo al suo popolo, tra i suoi figli, nelle nostre case. Ha fatto della nostra carne la sua dimora.  Non ha bisogno di un tempio e dei suoi ornamenti sacri, gli basta un cuore umile e capace di amare. Non vuole essere visto e riconosciuto nella sua sacralità e onnipotenza, ma vuole essere incontrato nel volto e nella persona di tanti fratelli e sorelle spesso sfigurati dall’ingiustizia, frutto del peccato di egoismo (di consumismo direbbe papa Francesco). È venuto a liberarci e salvarci da noi stessi per renderci capaci di essere per gli altri. Solo l’amore che esce da se stesso cresce e non soffoca.

Credo che il Messia, Figlio di Dio, Gesù non sia venuto a fondare un’altra religione (ce ne sono già troppe!), neppure il cristianesimo, spesso frutto del bisogno innato di riconoscenza e affermazione. Il Signore, che ha vinto sulla morte della contrapposizione e della divisione, ha schiarito la notte dell’io incurante del fratello e della sorella, ci ha liberato e resi liberi di amare. Credo che il Risorto, figlio di Maria di Nazaret sia venuto per aiutare l’umanità a ritrovare se stessa e la gioia della bellezza della Vita.

Questo tempo di “pandemia” ha smascherato, proprio imponendoci di usare una maschera, ha smascherato la falsità apparente della religione, l’interesse nascosto della politica, i blocchi di potere della confederazione degli stati uniti d’America, della Russia e dell’Europa; la violenza dell’imposizione ebraica e araba, e la sete incontenibile di vita della madre Africa.

È ancora Natale, Dio si sottrae a ogni manipolazione, è l’Emmanuele, Dio-con-noi, con il popolo, con la gente, con gli ultimi a favore della vita di tutti. Non perdiamo questo Natale pandemico che ci fa sentire la mancanza di un abbraccio, di un incontro, dell’altro… non delle cose che consumiamo! Questo Natale che ci invita ad essere un segno nuovo, accogliente, speranzoso, umile, sorridente, capace di solidarietà e di perdono, onesto e fraterno: la chiesa di Gesù di Nazaret, figlio di una ragazza madre e di cui, come per tanti, Dio è l’unico Padre! È ancora Natale… grazie a Dio!

Gabriele Carlotti – missionario diocesano in Amazzonia

Capodanno , 1° gennaio 2021

 
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